Spring/Summer 18

Bellezza e Imperfezione

“Delizia del disordine / desta nell’abito la giocosità / Un telo leggero gettato / con elegante distrazione / Un lembo di tessuto vagante, che qua e là / asservisce a pettorina / Un polsino noncurante, e lì vicino, / nastri che ricadano confusi / Un’onda vittoriosa, che attira l’attenzione/ alla gonnella tempestosa / Un laccetto trascurato, nel cui fiocco/ intravedo un garbo selvaggio / Mi ammagliano di più, che quando il tocco/ è troppo esatto, in ogni sua parte”.

In una breve poesia, il poeta inglese del periodo della Restaurazione Robert Herrick (1591-1674) descrive il modo imperfetto in cui è vestita una particolare donna. Tutto del suo abbigliamento è un po’ in disordine. Ma ciò che attrae il poeta è proprio il suo garbo selvaggio.
Pensate al Quartetto delle Dissonanze in Do maggiore K 465 di Mozart, in cui la dissonanza diventa musicale, vale a dire melodiosa. La poesia è forse una delle più conosciute di Herrick, e il Quartetto delle Dissonanze è probabilmente il migliore dei sei quartetti che Mozart dedicò a Joseph Haydn.
In breve, queste opere imperfette sono entrambe davvero, davvero... perfette.

Nella collezione ciò che apparentemente dissonante, sgraziato ed esagerato diventa armonioso perché parte di un progetto studiato a priori:
Il capo ideale non ha una taglia ben definita: l’immaginazione deve essere libera di indovinare la silhouette di chi lo indossa. Le forme che ne conseguono tendono a proporre una nuova geografia del corpo dai contorni non ben definiti. Identità e proporzioni del corpo restano intatte e niente interviene ad alterarle. Solo l’aria, con la sua intangibilità, definisce il rapporto corpo/vestito e ne struttura l’essenza attraverso un sapiente gioco di masse e volumi.
Le forme che ne conseguono sono difficilmente associabili a figure predefinite o immagini riconoscibili, rifiutando qualsiasi stereotipo identificativo e dissolvendosi nella loro peculiare astrattezza.

La compresenza di due culture, oriente e occidente, porta a ricercare un’immagine ideale, mescolando e giocando con le tecniche sartoriali, i tessuti, i motivi decorativi e i costumi tradizionali. La cultura della cerimonia del tè (wabi-sabi), ad esempio rivela il gusto estetico per “l’imperfezione” che ritroviamo nei capi.
Tessuti materici e tridimensionali: jacquard dai motivi asiatici, douchesse rigate, grisaglie maschili, stuoie dark o con disegni lurex argento.
I pezzi chiave della collezione sono il trench, la giacca blazer, la camicia, la tuta da lavoro, l’abito teatrale…
L’asimmetria, il volume così accentuato da sembrare quasi scolpito nella pietra riecheggia il peplo romano o le linee semplici e morbide dei costumi orientali.
Le tinte sono tutte derivate da pigmenti naturali: lapislazzuli, granato, beige, avorio e carbone con tocchi di rosa pallido oro e argento.
L’essenza del vestito non ha profondità, non è nascosta dalla superficie, ma è tutta nella sua parvenza. Quindi il vestito diventa puro involucro legato all’esistenza e all’esteriorità.
“L’arte co-opera attraverso la resistenza. In questo senso la moda avrebbe delle ambizioni sociali, ma non ha delle ambizioni politiche, se le avesse le vorrebbe descrivere in senso di libertà”.

 

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